Per descrivere il Carso triestino è sufficiente affermare che è un territorio unico, senza uguali in Europa, un territorio di fascino e mistero, sospeso tra la fantasia e il mito. E’ sufficiente prestare ascolto alla sua atmosfera fatta di silenzi, di bisbigli e fruscii, di presenze invisibili che paiono doversi materializzare all’improvviso. Perché su questa terra il passato e il presente sono compenetrati in un tempo che è misurato soltanto dalla nostalgia dei nostri sogni.

Il Carso della Provincia di Trieste è un altopiano calcareo esteso per 130 chilometri quadrati a ridosso della città; esso frana dai colli verso il mare, impaziente di immergersi nelle acque azzurre dell’Adriatico. Chiazzato da oltre una cinquantina di villaggi tra grandi e piccoli, solcato da un’autostrada, ferito da svincoli e strade statali, graffiato da una miriade di sentieri, pare non possa nascondere nulla. Invece basta superare le ultime case di uno dei sui abitati, imboccare un sentiero qualsiasi e percorrerlo per pochi metri, per trovarsi immersi nella Natura rigogliosa, circondati da arbusti e alberi che nascondono la vista e tolgono ogni senso d’ orientamento. Ma dove porta il sentiero? Bisogna seguirlo perché è un invito troppo prepotente.

Il Carso è un insieme di scatole cinesi: quando si apre una se ne scopre un’altra. Un muricciolo di pietre attesta la mano dell’uomo: delimita un modesto prato che pare un respiro nella vegetazione arborea. Ma più oltre bianche rocce si ergono come giganti venuti da lontane ere remote per raccontare la storia geologica di questa terra. Più avanti ancora un improvviso scoscendimento coperto dalle chiome degli alberi attira irresistibilmente i passi.

Tra le rocce affioranti dal terreno e gli arbusti aggrovigliati si cerca una pista per scendere sul fondo. Nulla vi è di più misterioso sul Carso della dolina. Ve ne sono a centinaia, ognuna diversa dall’altra: dai declivi dolci o dirupati, profonde pochi metri o decine, a volte veri e propri baratri, sprofondati come se una forza immane avesse perforato la superficie di pietra per uscire allo scoperto. Cosa ci sarà sul fondo? Un praticello un tempo coltivato, un caotico ammasso di pietre, una sterpaglia, un declivio coperto di fiori, pareti di roccia, un pozzo carsico che scende chissà quanto dentro la compagine calcarea o una grotta che spalanca il suo ingresso invitando il passo esitante a entrare o perlomeno ad affacciarsi su quel mondo sconosciuto.

Le cavità carsiche sinora censite ammontano a diverse migliaia e alcune superano i 300 metri di profondità, altre hanno estensioni di chilometri di gallerie e caverne, dove la goccia d’acqua, instancabile artefice, ha costruito palazzi e cattedrali di cristallo, ha rivestito di trine pietrificate le pareti o ha fatto fiorire un esteso prato di steli. Anche il più smaliziato visitatore non mancherà di restare stupito e affascinato visitando la Grotta Gigante, che per le sue enormi dimensioni è la più grande caverna turistica del mondo. E nelle viscere calcaree del Carso scorre il fiume più agognato dagli speleologi: il mitico Timavo, deificato dai Veneti, cantato da Virgilio, che dopo un lungo percorso sotterraneo rivede la luce a San Giovanni di Duino, per dare il benvenuto al visitatore. A vederlo oggi, il Carso, così verdeggiante non ci si immagina la visione infernale che esso suggeriva un tempo ai suoi visitatori che non esitavano definirlo un orrido di pietra. La pietra lacerata, straziata dall’instancabile lavorio dell’acqua, è sempre presente, però oggi è ingentilita, a volte nascosta dalla vegetazione che a tratti si rinserra in un groviglio denso. Questa è la boscaglia carsica di specie illiriche e centroeuropee. Il Carso vanta una grande diversità e ricchezza di specie arboree e floreali, legate ai differenti ambienti.

Le doline, con il loro microclima più umido e freddo ospitano fiori e piante subalpine e continentali, le stesse che si trovano anche sulle colline dove l’altitudine, che solo in un caso tocca i 670 metri, è esasperata da un gradiente di continentalità che le trasforma in ambienti alpini. L’aspetto alpino dell’altopiano carsico viene invece rilevato dalla presenza di estese pinete, frutto di un lungo e paziente lavoro di rimboschimento più che centenario. Un ambiente opposto è presente sopra la falesia carsica. Una passeggiata lungo il Sentiero Rilke, tra Sistiana e Duino, consente di ammirare il mare da uno strapiombo di 80 metri di altezza: è la più alta falesia d’Italia. Qui la vegetazione è quella mediterranea, persino nei suoi aspetti di gariga presente sulle rocce che precipitano nel mare. Se non sono sufficienti poche ore per conoscere tutti gli aspetti ambientali e naturalistici del Carso, che raccontare della sua storia? In una cava, presso il Villaggio del Pescatore a Duino, si è portato in luce il più grande e completo dinosauro di tutto il territorio nazionale, e ve ne sono altri che attendono di essere scavati. La loro presenza fornisce un importante tassello di 80 milioni di anni nella storia geologica dell’alto Adriatico.

Per trovare l’Uomo bisogna attendere sino ai 450.000 anni fa, quando prese a frequentare un riparo di roccia nei pressi di Visogliano, dove vennero scoperti gli avanzi dei suoi pasti, i suoi strumenti e anche denti e parte di una mandibola appartenuti a questi antichi cacciatori. C’è poi un altro vuoto, con glaciazioni e interglaciali, sino a poco meno di 100.000 anni fa quando agli inizi dell’ultimo periodo glaciale compaiono sul Carso gli uomini di Neanderthal che frequentano alcune grotte. Forse sono cacciatori attirati da una selvaggina abbondante con animali di grossa taglia tra cui primeggia l’orso delle caverne, i cui resti sono stati scoperti a migliaia nelle nostre cavità. Ma perché il Carso sia frequentato da popolazioni più numerose bisogna attendere la fine della glaciazione quando si popola di cacciatori-raccoglitori mesolitici che lasciano gran numero di tracce dei loro bivacchi in una ventina di caverne. Il Carso Triestino sarà anche un importante punto di arrivo e di passaggio per le successive popolazioni di agricoltori di origine orientale, cui seguiranno i pastori eneolitici e infine i guerrieri dell’età dei metalli che costruiscono i primi villaggi sulla cima delle colline, difendendoli con bastioni e mura: i famosi castellieri. Questo è il filo continuo che si snoda attraverso la preistoria dell’uomo sino alla venuta dei Romani le cui tracce non mancano sul Carso: basta citare due esempi per tutti.

Poco distante dalla sorgenti del Timavo, in una cavernetta, è stato scoperto un mitreo quasi intatto, con stele e lapidi. E’ l’unico tempio del dio Mitra scoperto in cavità e conservatosi di tutto il mondo occidentale, essendo gli altri andati distrutti. A oriente, dove l’altopiano si spacca con una faglia profonda 300 metri, c’è una valle chiamata Rosandra dal nome del torrente che vi scorre sul fondo.

E’ un mondo alpino in miniatura, formato da bastioni strapiombanti ed estese sassaie, dove è stata fondata la prima scuola italiana di alpinismo. Anche qui si trova un importante monumento romano, unico in Regione, l’acquedotto del I secolo che convogliava l’acqua del torrente sino alla colonia di Tergeste. E che dire poi dei suoi castelli, delle vecchie fortificazioni, delle case carsiche di pietra, delle Chiese e dei santuari antichi e recenti come il grande Tempio Mariano che dall’alto della falesia si affaccia sul golfo di Trieste con il suo messaggio di pace e di speranza. Questo e tanto altro è il Carso della Provincia di Trieste: un modesto territorio cui sono stati dedicati centinaia di studi, pubblicazioni e libri, tanto grande è l’interesse che suscita. È un vero peccato non conoscerlo.

Dante Cannarella (testi tratti dall’opuscolo Magico Carso)